lunedì,20 Novembre 2017

Albert Swcheitzer - La sua vita.

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Lui, figlio di un pastore protestante, era nato nel 1875 nella cittadina di Kaiserberg, in quella che allora era ancora l'Alsazia tedesca. Albert aveva sei mesi di vita quando il padre divenne pastore della chiesa di Gunsbach e vi si trasferì con la famiglia. A nove anni Albert sedeva alla tastiera dell'organo della chiesa accompagnando i servizi liturgici del padre e quella passione per la musica rimarrà per lui la risorsa più viva sulla quale si innesterà la sua vocazione al servizio per il prossimo e al rispetto per la vita: due filoni portanti della sua personalità che segneranno il corso dell'intera esistenza. Si perfeziona nello studio della musica con un organista di prestigio, Eugen Munch, che incontra a Mulhausen, dove è ospite di uno zio per continuare gli studi. Il suo rapporto con l'organo, con Bach soprattutto, matura in questi anni giovanili, parallelamente all'interesse per gli studi religiosi, verso i quali si sente naturalmente portato. E peraltro i confini tra i due campi non sono così distanti. C'è una spinta mistica in questa sua vocazione che lo porta a considerare la musica come un atto di preghiera: «Che cos'è per Bach per me?», scriverà nei suoi pensieri Schweitzer. «Un consolatore. Egli mi dà fiducia che quanto è realmente vero, nell'arte come nella vita, non può restare ignorato e soffocato».
Il giovane Schweitzer sceglie la strada della teologia e della filosofia, pur senza abbandonare lo studio dell'organo. Studia a Parigi e a Berlino, si laurea in teologia e diviene predicatore nella chiesa di Saint-Nicolas a Strasburgo e poi assistente nell'università della stessa città. Durante il soggiorno a Parigi conosce un organista di gran nome, Charles-Marie Widor, che lo prende come allievo. Da quella frequentazione scaturiranno i suoi fondamentali studi sull'opera di Bach e si consoliderà la sua fama di organista, che lo porterà a tenere concerti nelle principali città d'Europa negli anni seguenti.
Schweitzer ha trent'anni nel 1905, una solida fama di musicista alle spalle e un futuro più che promettente come studioso e insegnante di teologia. Ma la spinta esistenziale è verso i sofferenti, una sorta di senso di condivisione con il dolore del mondo che lo spinge a una scelta radicale. Annuncia agli amici la decisione di lasciare ogni incarico e di iscriversi alla facoltà di medicina per consacrarsi un giorno all'assistenza dei più poveri, in Africa. Sceglie anche il luogo della sua missione: Lambaréné, in quella che era allora una provincia dell'Africa equatoriale francese. La spiegazione di questa sua decisione è contenuta in una lettera scritta al direttore della Società Missionaria di Parigi, Alfred Boegner, di cui l'anno prima aveva letto un articolo sulla drammatica situazione di quelle popolazioni africane afflitte dalla lebbra e dalla malattia del sonno, bisognose di un'assistenza medica. «Qui molti mi possono sostituire anche meglio - scrive Schweitzer - laggiù gli uomini mancano. Non posso più aprire i giornali missionari senza essere preso da rimorsi. Questa sera ho pensato ancora a lungo, mi sono esaminato sino al profondo del cuore e affermo che la mia decisione è irrevocabile.» I missionari prendono con prudenza, anzi con distacco la sua richiesta. Il giovane sembra uno spirito irrequieto, ha strane idee sul cristianesimo e su Gesù, forse troppi interessi. La sua domanda viene così accantonata; Schweitzer si mette allora a raccogliere fondi per conto proprio, mobilitando amici e conoscenti e tenendo concerti e conferenze per realizzare il sogno di costruire un ospedale in Africa. Il suo destino è ormai tracciato e con il suo quello della giovane ragazza che da qualche anno frequenta e che diventerà la compagna e l'ombra della sua vita. Helene Bressau, di famiglia ebrea e figlia di un professore di storia medievale, aveva compiuto studi umanistici prima di dedicarsi alla cura dell'infanzia abbandonata, anche lei con una forte determinazione filantropica. Schweitzer l'aveva conosciuta nel 1901 a una festa di nozze e da allora era nato tra loro un sentimento di simpatia e di reciproca stima, destinato a consolidarsi negli anni. «Penso che un giorno sarò chiamato a realizzare grande compito e che nel farlo avrò bisogno di te», scrive a Helene, nel 1905, quando decide di iscriversi alla facoltà di medicina.
Si sposeranno nel 1912, lui appena laureato, dopo sette anni di studi e specializzazione in medicina tropicale, lei fresca del diploma di infermiera, conseguito per realizzare il sogno comune con il marito. Partiranno l'anno dopo per l'Africa tropicale, preceduti da una settantina di casse e attrezzature varie destinate alla costruzione del nuovo ospedale; e da un pianoforte speciale, dono della Società bachiana di Parigi, dotato di una pedaliera, come l'organo, e foderato di zinco per proteggerlo dall'umidità e dalle termiti. Sarà questo il suo compagno di ogni giorno, lo strumento sul quale continuerà a studiare, alla luce di una lampada a petrolio, nelle pause del lavoro e nel silenzio delle notti africane, quando non sarà impegnato a scrivere i suoi testi di filosofia e le lettere agli amici.
Il primo ospedale di Lambaréné, tra gli alberi della foresta, Schweitzer lo costruisce letteralmente con le sue mani, con l'aiuto dei locali, alternando il lavoro di medico con quello di operaio e carpentiere. Non è propriamente un ospedale secondo la concezione occidentale. Sono alcune baracche, essenziali fino alla povertà, che costituiscono un piccolo villaggio, dove gli ospiti da curare sono divisi per etnie, dove c'è posto per i familiari, gli animali e quanto altro ogni ammalato porta con sè secondo l'uso africano. La sala operatoria è ricavata da un vecchio pollaio, ricoperto con un tetto di lamiera. Qualche visitatore, negli anni successivi, rimarrà scandalizzato dalle condizioni primitive in cui il medico lavora, dalla mancanza di ogni comodità. Schweitzer risponderà sempre di aver voluto curare gli africani come a casa loro, rispettando le loro abitudini. Un ospedale secondo i criteri europei, sostiene, non avrebbe avuto senso nell'Africa di quei tempi, avrebbe respinto gli ammalati. Invece a Lambaréné, dal «grande bianco», arrivano pazienti e derelitti da ogni parte, risalendo il fiume con le canoe. Quel che conta è stare vicino ai sofferenti, con amore e dedizione.
La prima esperienza di Lambaréné viene interrotta bruscamente dallo scoppio della prima guerra mondiale. Il dottor Schweitzer e la moglie, in qualità di «nemici», vengono deportati in Francia e rinchiusi in un campo di prigionia dove rimarranno fino alla fine dei conflitto. Quell'esperienza minerà per sempre la salute di Helene che non potrà seguire il marito in Africa quando nel 1924, dopo una lunga permanenza in Europa, fitta di conferenze e di concerti, il medico potra ritornare a Lambaréné e rimettere mano alla sua opera praticamente in rovina dopo il lungo abbandono. La moglie e la piccola Rhena, nata nel 1919, resteranno in una casa nella Foresta Nera che il medico ha fatto costruire per loro.
In questi anni di attesa, Schweitzer dà alle stampe alcuni dei suoi libri (Ai bordi della foresta vergine, Le religioni mondiali e il cristianesimo, Ricordi della mia infanzia) ed espone in alcune conferenze le idee portanti di un tema che gli è caro, il rispetto della vita, che costituirà la summa della sua filosofia esistenziale.
Il piccolo ospedale nella foresta ospita ora centocinquanta ammalati e tre medici, ma le esigenze sanitarie e una grave epidemia di febbri intestinali lo convincono ad allargare per la terza volta la struttura. Il nuovo ospedale viene costruito a tre chilometri di distanza dal precedente, sempre sulle rive del fiume. La struttura non cambia e cosi lo spirito che lo anima: essenzialità ed efficienza. L'album delle fotografie ci restituisce le immagini di un dottor Schweitzer insolito, in maniche di camicia e con il casco coloniale in testa mentre lavora con gli operai africani alla costruzione di una baracca. E' il suo stile di vita, rigoroso e sobrio. Non tollera sprechi: anche le lettere agli amici sono scritte su buste riciciate, che vengono rivoltate come gli abiti. In quegli anni alterna la permanenza in Africa con soggiorni in Europa che hanno lo scopo di raccogliere fondi e tener viva la memoria dei suo ospedale. Tra i suoi progetti c'è la costruzione di un villaggio per i lebbrosi, di cui ha potuto constatare la penosa esistenza, ai margini della società. Ma è un punto di orgoglio non voler dipendere da finanziamento pubblici e sostenere la sua opera con i proventi dei suoi concerti e dei suoi scritti e le offerte dei numerosi estimatori. La sua fama si è ormai diffusa in tutta Europa, associazioni filantropiche e università si contendono la sua presenza durante i periodici ritorni in patria. Tiene concerti, incide dischi. li suo esempio è contagioso: molti medici e infermieri chiedono di mettere la loro professione al servizio di opere filantropiche come la sua. Esce una sua autobiografia: La mia vita e il mio pensiero, scritta durante le veglie africane.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale non lo sorprende. Sono già nell'aria i segni della grande tragedia quando nel 1939 egli ritorna in Africa, dove rimarrà per dieci anni senza rivedere l'Europa. Porta con sè una scorta di medicine che gli serviranno per far fronte alle emergenze nei primi tempi della guerra. La moglie Helene, che si è prodigata in quegli anni per raccogliere fondi, lo raggiunge nel 1941, affrontando un viaggio avventuroso, in condizioni fisiche sempre più debilitate. Per il medico che predica il rispetto della vita e la fratellanza sono anni di isolamento e sofferenze, in un mondo dilaniato dalla guerra. Quando finalmente torna in Europa nel 1949 per un periodo di riposo, durante il quale visiterà anche l'America, il «medico della foresta» viene accolto come un eroe dei nostri tempi, riverito, insignito di onorificenze. Esce in Francia un'opera teatrale di Gilbert Cesbron destinata ad accrescerne la popolarità: E' mezzanotte dottor Schweztzer, da cui verrà tratto anche un film interpretato da Jeanne Moreau. Qualche anno dopo, nel 1953, il conferimento del premio Nobel per la Pace consacra la sua opera di filantropo e la sua fama. I fondi del premio gli serviranno per erigere finalmente l'ospedale per i lebbrosi, che chiamerà «Il villaggio della luce». Alla consegna dei premio tiene un discorso ricco di riflessioni che rivelano grande saggezza e di premonizioni sul futuro dei mondo: «Rimangono degli elementi per una guerra futura là dove, nel nuovo assetto territoriale dopo una guerra, non vengono tenuti nella dovuta considerazione i dati storici, e quando non si tende a dare a questi una soluzione equa e oggettiva».
Gli onori e la fama non hanno mutato la sua semplicità e il suo rigore esistenziale, che qualcuno giudica persino eccessivo. A Lambaréné arrivano visitatori e giornalisti, fotografi e aspiranti eroi. Le sue fotografie compaiono in tutti i rotocalchi del mondo: Schweitzer che suona l'organo, Schweitzer che prega, che lavora, che scrive. Ma la sua vita è rimasta quella di sempre e anche il suo aspetto esteriore non è cambiato: i pantaloni cascanti, i capelli arruffati, l'aria severa, un pò burbera. La figlia Rhena, che gli fu vicino negli ultimi cinque anni di vita, dice di lui: «Esigeva da noi la massima disciplina quando si trattava di lavorare, ma ci lasciava liberi di pensare e comportarci come volevamo nella nostra vita privata. Nel suo ospedale ho trovato l'attuazione completa di quel rispetto per la vita che costituiva il suo ideale supremo. Era un luogo in cui persone di ogni colore, religione e nazionalità, pazienti, medici, infermieri e visitatori convivevano in perfetta armonia fra loro e con gli animali domestici e selvatici; i fiori e le piante venivano rispettati e la vita era tangibile, se non in caso di assoluta necessità». La moglie Helene, sempre più ammalata, è costretta a rientrare in Europa: muore a Zurigo nel 1957. Schweitzer riunisce allora i suoi collaboratori e ne dà l'annuncio con poche parole, com'è nel suo stile: «Helene ci ha lasciati». Verrà sepolta a Lambaréné, accanto all'ospedale costruito dal marito.
I vecchio medico appare sempre più stanco a affaticato. «Porto le mie ferite nel cuore, ma quelle del mondo le ho sulle spalle», dice agli amici. Da quando l'umanità è entrata nell'era atomica, con i lampi di Hiroshima e Nagasaki, l'incubo dello sterminio nucleare turba come un'ossessione la sua anima. Nel'ultimo periodo della sua vita gli appelli contro la follia nucleare occupano molti dei suoi scritti. Nel 1958, in Pace o guerra atomica, scrive con straordinaria preveggenza: «E' giunto il momento di capire e riconoscere che il problema della prosecuzione o della cessazione delle esplosioni nucleari sperimentali è di competenza del diritto delle genti. E' l'umanità intera a essere messa in pericolo da queste prove. Essa esige la loro fine. Tutto l'autorizza».
Schweitzer muore nel suo ospedale all'età di novant'anni, nel settembre dei 1965, in pieno clima di decolonizzazione africana. Schweitzer verrà accusato di metodi paternalistici, il missionario fatto passare per un egotentrico sordo alle esigenze dei progresso. Al di sopra di ogni polemica, per il dottor Schweitzer parlano oggi i suoi libri e le sue idee, che sembrano conservare una vitalità prodigiosa: «L'essere umano pu¤ chiamarsi un essere 'etico' soltanto se considera sacra la vita in se stessa, sia la vita umana, sia quella di ogni altra creatura».

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