venerdì,15 Dicembre 2017

Albert Swcheitzer - Rispetto per la vita

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"Quel che più sorprende nell'etica del rispetto per la vita è che trascura ogni differenza fra una vita superiore ed una inferiore, fra una vita più preziosa ed una di minor valore. Ha i suoi motivi per questa omissione. Infatti, come conseguenza di questa distinzione, viene poi l'idea che esistano forme di vita prive di valore, che danneggiarle e distruggerle non abbia alcuna importanza. E, a seconda delle circostanze, vengono considerate prive di valore ora alcune specie di insetti, ora delle popolazioni primitive..."

E' bene mantenere e promuovere la vita; è male ostacolare e distruggere la vita. Noi siamo persone morali quando usciamo dal nostro attaccamento a noi stessi e superiamo l'estraneità nei confronti degli esseri viventi, per condividere la vita e la sofferenza con tutto ciò che vive intorno a noi. Siamo persone autenticamente umane soltanto se possediamo questa caratteristica; essa determina in noi una moralità che, pur evolvendosi continuamente, sarà duratura e servirà da orientamento.

Ma una realtà minaccia la nostra capacità e volontà di condivitere l'esperienza di vita, ed è la riflessione che sempre si impone: Non serve proprio a niente! Tutto ciò che ti è possibile fare per impedire la sofferenza, per alleviare il dolore, per proteggere la vita, è nulla in confronto a quel che accade nel mondo, intorno a te, per cui non puoi fare niente. E' terribile pensare a tutte la situazioni di fronte alle quali constatiamo la nostra impotenza, ed al dolore che noi stessi creiamo agli altri, senza avere la possibilità di impedirlo.
Cammini per un sentiero in un bosco: il sole risplende fra i rami degli alberi, gli uccelli cantano, mille insetti ronzano felici nell'aria. Ma, anche se tu non ne puoi niente, il tuo sentiero è un sentiero di morte. Qui una formica è straziata perché tu la calpesti, là stritoli un piccolo coleottero, e ancora un verme si contorce, perché il tuo piede gli è passato sopra. Nel meraviglioso cantico della vita entrano le note del dolore e della morte, che provengono da tè, colpevole innocente. E così, nonostante tutto il bene che vorresti fare, percepisci la tua terribile impotenza nel dare l'aiuto che vorresti. Poi si fà sentire la voce del tentatore che ti dice: «perché ti tormenti? Non serve a niente. Lascia perdere, diventa indifferente, spensierato, insensibile come gli altri».
E si affaccia anche un altra tentazione. Compatire significa soffrire. Chi, anche per una volta sola, ha fatto l'esperienza di vivere in se stesso il dolore del mondo, non può più godere la felicità come vorrebbe. Nei momenti che gli recano gioia e contentezza, non è più in grado di abbandonarsi, libero, alla felicità, perché è sempre presente in lui il dolore condiviso con gli altri esseri. Conserva in sè quello che ha visto: pensa al mendicante che ha incontrato, al malato che ha visitato, all'uomo di cui ha intuito il tragico destino, e la luce della sua gioia viene offuscata.E così via. In una compagnia allegra, d'improvviso egli diventa spiritualmente assente. E, a questo punto, interviene di nuovo il tentatore e gli dice: «Così non si può vivere! Bisogna avere la capacità di non vedere quel che succede intorno a noi. Non bisogna essere tanto sensibili. Rieducati alla necessaria insensibilità, mettiti addosso una corazza, diventa spensierato come gli altri, se vuoi vivere con intelligenza». Alla fine arriviamo al punto di vergognarci di sapere che cosa significhi partecipare alla vita e alla sofferenza degli altri; ce lo nascondiamo a vicenda e lo riteniamo qualcosa di stupido, qualcosa che si deve evitare quando si comincia a diventare persone razionali.
Queste sono le tre grandi tentazioni che improvvisamente cancellano in noi le promesse necessarie per fare il bene. Sii vigilante di fronte ad esse. Respingi la prima tentazione convincendoti che per tè è una necessità interiore condividere l'esperienza di vita degli altri esseri viventi ad averne compassione. Di fronte all'immensità delle esigenze, tutto quello che potrai fare sarà sempre soltanto una goccia, mentre servirebbe un fiume; eppure, il poco che potrai fare darà senso e valore alla tua vita.Il poco che puoi fare può essere molto se, in qualsiasi parte della terra, riuscirai a sollevare dalla sofferenza, dal dolore e dalla paura un essere vivente, sia che si tratti di un essere umano sia di qualunque altra creatura. Il bene più grande che ci viene concesso è quello di preservare e salvare la vita.
La seconda tentazione, quella relativa alla sofferenza legata alla condivisione dell' esperienza di vita degli altri esseri, respingila prendendo coscienza che, partecipando alla sofferenza, hai contemporaneamente la capacità di condividere la gioia degli altri. Se diventi insensibile alla compassione, perdi nello stesso tempo anche la possibilità di partecipare alla felicità di un altro essere vivente. è anche se possiamo constatare che la gioia e la felicità sono realtà piuttosto rare nel mondo, purtuttavia la compartecipazione alla gioia che si manifesta intorno a noi, accanto al bene che noi stessi possiamo fare, è l'unica felicità che ci rende sopportabile la vita.E, infine, non hai diritto di dire: vorrei essere diverso da quello che sono, vorrei che la mia vita fosse diversa, pensando di poter raggiungere maggior felicità. Tu, così come sei, devi diventare quel che devi essere, un essere umano realmente consapevole di se stesso, un essere umano che vive assieme al mondo e fa in se stesso l'esperienza del mondo; e non importa se, facendo questo, sei più felice o meno, secondo la comune concezione di felicità. La voce misteriosa che parla dentro di noi non chiede la nostra felicità: ascoltarla è l'unica cosa che ci può appagare.
Da alcune esperienze che ho fatto nella mia giovinezza, che mi hanno stretto il cuore e spesso mi hanno riempito di vergogna, lentamente è sorta in me la ferma convinzione che la morte ed il dolore possono essere inflitti ad altri esseri soltanto nel caso che ciò sia assolutamente inevitabile, e che invece dobbiamo tutti inorridire di fronte alla leggerezza con cui procuriamo sofferenza ed uccidiamo altri esseri. Questa convinzione si è fatta sempre più forte in me. Ho avuto sempre più la certezza che, in fondo, tutti lo pensiamo, ma non osiamo riconoscerlo e confessarlo per paura di essere derisi dagli altri e considerati «sentimentali», ed anche perché permettiamo che ci rendano insensibili. Io però avevo giurato a me stesso di non consentirlo mai e di non lasciarmi mai intimorire dall' accusa di essere un sentimentale.

 

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